Il rituale dell’addormentamento sereno dei bambini
I bambini sono molto attivi durante la giornata, di conseguenza alla sera possono avere difficoltà a calmarsi e tranquillizzarsi. Spesso può capitare che prima di andare a dormire combattano per stare svegli qualche minuto in più, inventando qualche pretesto come bere un po’ d’acqua, andare in bagno o raccontare qualcosa di apparentemente importante. A volte, anche se già nel letto, si alzano spesso o chiamano i genitori ripetutamente.
Il ritmo del sonno può essere diverso da bambino a bambino, in alcuni casi, specialmente per i bambini più piccoli, può essere difficoltoso trovare un ciclo regolare di sonno-veglia. Talvolta, durante lo sviluppo specialmente dai 3 ai 4 anni possono insorgere problemi nell’addormentarsi. In questo periodo i bambini cominciano a percepire la loro personalità indipendente e la separazione dai genitori ogni sera potrebbe causare ansia.
Le difficoltà ad addormentarsi e a dormire senza interruzioni tutta la notte, possono essere causate anche da pensieri, come un litigio, un conflitto all’asilo o a scuola o dall’agitazione per un evento importante del giorno dopo. La giornata che va verso la fine e il buio possono provocare ansia, timore e preoccupazioni.
I rituali dell’addormentamento possono aiutare a lasciare sfumare la giornata in tranquillità e facilitare il bambino a prendere sonno e a dormire tutta la notte.
I rituali sono molto importanti per i bambini in generale, ma sopratutto per i bambini più piccoli perché rafforzano la certezza, la sicurezza e la connessione all’interno della famiglia. Inoltre aiutano a strutturare la giornata, ma devono essere applicati in modo rigoroso cercando di rispettare la sequenza e gli orari giorno dopo giorno.
Ci sono diversi rituali dell’addormentamento. Le modalità e la durata dei rituali dovrebbero essere preventivamente concordati nella famiglia a seconda delle sue possibilità. Il punto più importante è che il rituale verrà applicato nello stesso modo e nello stesso momento della giornata, perché la routine aiuta i bambini a sentirsi più tranquilli e infonde loro sicurezza.
Un altro punto importante è che il rituale ha risvolti positivi sull’umore del bambino. Le discussioni e i disaccordi dovrebbero essere chiariti prima, in modo tale che il rituale di addormentamento non sia accompagnato da una atmosfera negativa. I bambini dovrebbero avere la possibilità di raccontare gli episodi della giornata che più li hanno colpiti. Il rituale potrebbe già cominciare durante la cena, il bagnetto, o quando i bambini sono già nel letto.
Il colloquio serale diventa sempre più importante mano a mano che i bambini crescono ed ha lo scopo di evitare che eventi non elaborati possano gravare sul sonno.
Quali tipi di rituali esistono e come potrebbe essere organizzata una serata?
Il rituale potrebbe già cominciare con la cena, durante la quale ognuno racconta la propria giornata e rende partecipi anche gli altri membri della famiglia. Il rituale dell’igiene personale e l’applicazione di creme sul corpo sono normalmente molto apprezzate dai bambini.
Successivamente, quando il bambino è già a letto, i genitori potrebbero raccontare una storia, letta da un libro o inventata sia dal genitore, che dal bambino o da entrambi.
Ai bambini più piccoli normalmente piace guardare un libro illustrato insieme con i genitori, questa attività inoltre potrebbe servire da spunto per inventare e sviluppare nuove storie. Le ninne nanne, rappresentano un’altra possibilità per entrare nella fase del sonno.
Una pratica in grado di trasmettere vicinanza, sicurezza e serenità al bambino, è quella di praticare un massaggino leggero con movimenti rotatori della mano, sulla pancia o sulla schiena del bambino. Normalmente si addormentano subito dopo molto serenamente.
Un peluche fra le braccia del bambino, una piccola lampada da notte accesa nella camera e l’ascoltare la voce dei genitori nella camera attigua, aiutano i bambini a lasciarsi andare e ad addormentarsi serenamente.
Un punto molto importante è che nell’ultima ora prima di andare a dormire, i bambini non dovrebbero guardare la televisione, trascorrerla davanti al computer, o alla consolle dei videogiochi, perché questo provocherebbe agitazione anziché rilassamento.
Concetti residenziali innovativi per la terza età

La qualità e la quantità di servizi di abitazione e di svago rivolti alle persone anziane, è in aumento vertiginoso nei paesi del nord Europa, a causa di una domanda in continua crescita da parte di persone che grazie ai progressi medici e all’allungamento delle aspettative di vita si sentono ancora giovani dentro.
Qualche anno fa le persone con più di 60 anni di vita non avevano molta scelta di come percorrere questa parte della loro vita: in famiglia, indipendenti finché possibile, in casa di riposo o in una casa di cura se non autosufficienti. Oggi invece gli anziani sono diventati un target molto interessante per la pubblicità, per i viaggi, per la moda e anche per proporre nuove e innovative modalità di residenza.
I pensionati di oggi sono più in forma, agili e indipendenti di quelli di 10 o 20 anni fa. Se penso ai miei nonni e li comparo con i miei genitori, adesso che hanno più o meno la stessa età, posso vedere una grande differenza di agilità fisica e mentale.
Le persone anziane con 60 o 70 anni a differenza del passato, sono ancora giovani e vogliono vivere in modo autosufficiente e indipendente e godersi la vita finché possibile. Inoltre la disponibilità di servizi di trasporto per raggiungere eventi culturali e sportivi sono un fattore sempre più importante per mantenere una buona qualità della vita.
Vi porto in questo articolo l’esperienza dei paesi di lingua tedesca, di cui ho un punto di osservazione privilegiato per ragioni di provenienza culturale e con cui intrattengo fitti rapporti professionali. Germania, Austria e Svizzera sono infatti da sempre molto attenti e innovativi per quanto riguarda i servizi sociali sia pubblici che privati.
Un recente sondaggio condotto in Germania, commissionato da una banca che investe nel settore dell’edilizia residenziale, ha riscontrato che un tedesco ogni tre vorrebbe trascorrere la terza età con persone della propria età.
Per venire incontro ad una mutata richiesta dei nuovi anziani, molti istituti pubblici tedeschi e case residenziali per anziani offrono l’alloggio assistito, cioè la possibilità di affittare o comprare un piccolo appartamento in complessi residenziali dotati di ambienti condivisi in cui è possibile svolgere attività sportive, sociali e culturali. Gli anziani possono così vivere indipendentemente e prendersi cura di se stessi, ma quando necessario hanno anche la possibilità di usufruire di assistenza medica specialistica.
Un altra soluzione che sta avendo molto successo in questo momento in Germania, è la coabitazione (Wohngemeinschaft), in cui gli anziani convivono con amici e parenti della stessa età. Il concetto ricorda ed è forse stato ispirato dalle coabitazioni studentesche universitarie e rappresenta pertanto un interessante parallelo, quasi un ritorno alla gioventù delle persone adesso anziane. Gli appartamenti offrono a ciascun residente il proprio spazio privato di cui è responsabile, ma anche spazi condivisi, come la sala ricreativa, il balcone o il giardino. In questo tipo di abitazione tutti gli abitanti si prendono cura l’uno dell’altro realizzando un primo livello di assistenza solidale.
La coabitazione Olga (Oldies leben gemeinsam aktiv – anziani che vivono insieme in modo attivo) realizzata a Norimberga, è stata recentemente premiata dallo stato per la qualità della vita piena e attiva che offre ai propri residenti. Si tratta di una coabitazione in cui vivono 11 signore da 58 a 63 anni. Ogni residente dispone di un monolocale con delle stanze condivise e di un giardino che viene accudito insieme. Una interessante iniziativa di questa comunità è la formazione seguita volontariamente dalle residenti per potersi assistere l’un l’altra e per imparare a rimanere indipendenti il più a lungo possibile, evitando così il ricorso alla costosa assistenza professionale.
Questo nuovo concetto consente ai residenti di conservare la loro indipendenza e autonomia ma allo stesso tempo di avere i vantaggi sociali ed economici di una convivenza. Inoltre, la vita attiva accresce il giro delle amicizie e il numero delle persone che gravitano attorno al nucleo degli anziani residenti, incrementando di fatto le possibilità di aiuto in caso di bisogno.
Ci sono naturalmente anche alcuni punti deboli. In caso di necessità di una assistenza professionale 24 ore su 24, il residente in coabitazione dovrà sostenere costi sensibilmente più alti rispetto all’assistenza condivisa offerta da una casa di riposo tradizionale. Un altro punto critico è il reperimento di strutture residenziali adeguate. Inoltre, dal momento che il concetto della coabitazione per anziani sta muovendo i primi passi, è spesso difficile trovare altre persone interessate alla convivenza, specialmente nei piccoli centri.
Recenti studi hanno dimostrato in modo inequivocabile che i progetti di abitazione condivisa aumentano sensibilmente la qualità della vita e allo stesso tempo riducono o ritardano la necessità di assistenza professionale e i ricoveri nelle case di cura.
Queste nuove formule di coabitazione consentono di vivere la terza età con dignità e pienezza. Perché questo nuovo concetto di qualità della vita si affermi, le autorità assistenziali, gli investitori, le famiglie degli anziani e gli anziani stessi devono passare attraverso una fase di autocritica, di sperimentazione e di rinnovamento culturale avendo il coraggio di portare avanti iniziative creative e innovative.
I figli in ostaggio

Mi riferisco ad un articolo pubblicato su “La Stampa” di Sabato 9 maggio in cui si parlava del caso della Sig.ra Colombo, che vivendo in Germania, dopo una separazione è tornata con i propri bambini in Italia a Settembre 2008, illegalmente.
Le separazioni internazionali sono sempre casi molto difficili e dolorosi, sia dal punto di vista legale sia dal punto di vista umano.
Purtroppo l’articolo si sofferma sull’aspetto più emozionale della vicenda, dando voce alla signora senza consentire alla controparte di fare altrettanto. Il sospetto di volere fare del sensazionalismo facile puntando sulla leva delle emozioni e strizzando l’occhio alle lettrici femminili per vendere qualche giornale in più alla vigilia della festa della mamma è avvalorato dalla posizione di prima pagina in cui l’introduzione dell’articolo è stato impaginato.
Per fortuna, almeno gli aspetti legali della vicenda, nella loro freddezza, sono stati ben descritti in un trafiletto di un professore dell’università di Milano.
Non vorrei entrare nel merito di questo caso ma, mi chiedo in generale: In un caso di divorzio/separazione: Quanti si rendono conto di non pensare veramente al bene dei propri figli?
Purtroppo quando la separazione o un divorzio coinvolge l’affidamento dei bambini, questi si vengono spesso a trovare in mezzo ad una vera e propria battaglia legale e utilizzati come un’arma di pressione e per ferire l’altra parte.
Quando la rabbia e il risentimento verso l’ex-partner prendono il sopravvento sulla ragione e sull’amore verso i propri figli, i bambini vengono utilizzati come mezzi di guerra dimenticando che loro vogliono bene ad entrambi i genitori e che, soprattutto in tenera età, devono ancora sviluppare la loro stabilità emotiva. I bambini sono la parte più debole in questo triangolo e possono subire danni psicologici che influiranno sulla loro vita futura.
Non è raro il trovarmi di fronte un genitore, che senza il consenso del partner mi richiede una visita al loro figlio finalizzata ad ottenere una certificazione dello stato emotivo che giustifichi la richiesta dell’affido completo. Professionalmente e legalmente, sono costretta a rifiutare perché non è possibile trattare un minorenne senza il consenso scritto di entrambi i genitori in possesso della patria potestà.
Per fortuna anche in Italia è ormai prassi consolidata dei giudici di assegnare l’affido dei figli ad entrambi i genitori, perché i figli hanno bisogno di tutte e due le parti, per una crescita serena e felice.
Nei casi in cui il conflitto fra i genitori è talmente alto da mettere in dubbio la loro capacità di prendere le decisioni importanti sull’organizzazione pratica della vita e sul futuro dei loro bambini, il giudice invita la coppia a seguire un percorso di mediazione.
La mediazione o il sostegno di coppia presso uno psicologo, sono strumenti molto efficaci per superare la conflittualità più aspra e ottenere il minimo accordo necessario a stabilire una comunicazione nell’interesse dei bambini. Si rimane genitori anche dopo la separazione, e le responsabilità continuano.
Il professionista aiuta la coppia a focalizzarsi sugli aspetti pratici della nuova situazione insegnando a mettere in secondo piano le divergenze che hanno portato alla separazione. Così si discute per esempio l’assegnamento delle visite dei bambini, con chi dovranno trascorrere i periodi di ferie, la suddivisione delle spese ecc. nell’interesse dei bisogni primari dei bambini.
I genitori che rendendosi conto di non essere in grado da soli di affrontare la situazione e che accettano insieme di rivolgersi ad un professionista, nonostante il forte disagio di trovarsi di fronte al partner con tutto il bagaglio di conflittualità non risolte, interpretano al meglio la loro funzione genitoriale e l’amore verso i loro bambini.